sabato 31 maggio 2014

Morire a Bucarest


À George et Evelina.


Non sono mai stata a Bucarest, almeno finora. Nel mio immaginario, quindi, è legata alle facce dei conoscenti che vengono da lì. A volte basta un nome per ricordare. O anche, basta dare un nome a qualcosa che altrimenti non ci si sa spiegare.
Bucarest.
Lui è giovane e irruento, con un sorriso contagioso, malizioso e ammiccante. Si appoggia allo stipite della mia porta e mi chiama “Jolie”. Io porto un vestito verde e penso che è un provolone, ma apprezzo il gioco di parole, mi fa sorridere. Lui ti fa spesso sorridere, ci prova davvero con tutte e non riesce mai a stare fermo, però è buono, schietto, senza fronzoli.
Lei è alta e giunonica, veste abbastanza all’antica, è intelligente e parla un ottimo inglese, trangugia tazzoni di caffè americano e fuma tanto che quando viene Jacopo a trovarmi non riesce a dormire perché il cuscino è completamente impregnato di fumo rancido. Allora apriamo la finestra e arieggiamo, ma non c’è niente da fare. La stanza sa e saprà per sempre di sigarette rumene.
Lui sembra un gatto selvatico, è un bel ragazzo e non ha paura di niente, ama le donne e non c’è una volta che incontrandoti non dica: - Ça va? -. Se è un suo connazionale invece dice: - Ce mai faci? -, lo dice più di tutti gli altri, ho finito per impararlo anche io.
Lei litiga spesso con Alex, hanno entrambi un carattere forte e sono caparbi come muli, quindi spesso le serate di gruppo finiscono in battibecchi in inglese. Studia letteratura, ne è molto appassionata. Porta un rossetto fucsia e una volta l’ho vista ballare, sembrava una di quelle bambole tradizionali dell’est.
Sono forti, lui e lei, in modi diversi.
Lui non è morto a Bucarest. È morto a Dubai, sparato. Lavorava lì, le circostanze sono tuttora poco chiare.
Muore giovane chi è caro agli dei, dicevano. Lui rimane il ragazzo alto e abbronzato dal sorriso selvatico e gli occhi socchiusi come i gatti, sfrontato, giovane e felice, per sempre.
Lei ha deciso di lasciare Bucarest, per sempre. Non un perché, almeno per noi lontani.
È successo l’anno successivo, sempre in primavera. Una corda tesa dal soffitto sembra un punto esclamativo, quando la sciogli e la appoggi in terra si arrotola e mostra tutte le domande rimaste.
Un po’ come le mappe. Ogni punto di una mappa è un nodo da sciogliere. Quando ne guardo una e trovo Bucarest, vedo sorrisi, verde e fucsia, gatti, sento inglese, rumeno e francese, annuso sigarette, ascolto musica balcanica. 
E ho 26 anni. Per sempre.


Dalla raccolta immaginaria di racconti Luoghi

sabato 3 maggio 2014

Nöel à Paris


A te ho dato le cose mie più belle.

Alda Merini
                               

I campi elisi sotto Natale non sono qualcosa che si può prendere sottogamba. Luci sfavillanti a destra e a sinistra puntate come riflettori, odori e sapori e vapori, fiumana di persone, guance ghiacce al punto giusto da percepire le punture di luci e voci e la sensazione di entrare all’opera, con musiche trionfali e tutti che applaudono. Camminare è dura, quello che puoi fare è sgusciare tra le persone abbandonandoti al flusso, un po’ come a un concerto reggae. Se sei fortunato il fiume umano ti traghetta verso i banchetti natalizi che presentano l’offerta gastronomica dell’intero pianeta e magari riesci a trovare proprio quello che ti stuzzica di più. Nel mio caso, una madeleine. Riesco ad agguantarla sporgendo il braccio dai cappotti altrui e felice mi lascio trascinare in trionfo dalla folla che avanza verso la Tour, che è agghindata come la regina della festa, alta e altera e lucente e spettacolare.
Mentre affondo i denti in quel morbido zucchero all’uovo, mi vengono in mente due cose: Château Rouge e il vecchio Proust.
Château Rouge è il quartiere nero che si trova subito sotto Montmartre, non a caso nel gradino più basso rispetto alla collina degli artisti: Parigi è simbolica come nessun’altra città al mondo. Mi chiedo cosa stiano facendo gli avventori dell’ostello-garage di Château Rouge nel quale ho passato la notte: i due ragazzi copulatori che hanno cullato il mio letto a castello e la banda di erasmi allegri dalla parlata del nord. E anche gli abitanti del quartiere, marchiati a fuoco nella mia testa: le parrucchiere specializzate in treccine e pettinature africane, il contorsionista o forse disabile che cammina sulle mani e ti guarda attraverso le gambe, gesto che spaventa tutti gli animali feroci e li fa desistere dall’attaccarti. Magari sono qui, mescolati alla folla. Magari, ma credo proprio di no. Parigi è una regina.
Proust è uno scrittore geniale e infelice, maniacale e simbolico quanto Parigi. Ho letto che per lui esiste un modo per vincere il passare del tempo, quando il suo protagonista mangia una madeleine e gli viene in mente la sua infanzia e rivive il ricordo nel sapore. Io, mangiando una madeleine, penso a Proust, alla sua madeleine e al tempo: il suo, il mio e il tuo. Sarebbe bello, penso, fissare il tempo nell’impasto di un dolce. Tempo felice o infelice, non importa. Impastarlo, lasciarlo lievitare e cuocere e poi dartelo, ancora caldo di forno. Ché se me lo tengo io, non serve a niente.
Sospiro, emettendo una nuvola di vapore zuccherata all’uovo. È ora di tornare all’ostello, intercettare le mie compagne di viaggio e scendere di nuovo giù in basso.
Château Rouge e Proust e Parigi insieme, troppo forse per un impasto solo.
Però vorrei lo stesso impastarlo e darlo a te.

Dalla raccolta immaginaria di racconti Luoghi

Parigi, dicembre 2009